PAPA GIOVANNI PAOLO II
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DAL QUOTIDIANO CORRIERE DELLA SERA .IT DEL 02 aprile 2005 ( http://www.corriere.it ) Mi disse: credo nel genio delle donnedi MARIA ANTONIETTA MACCIOCCHI
![]() Eravamo in pieno tornado. Ritrovai qualche anno dopo - il Muro era appena crollato - Wojtyla a Strasburgo in visita al Parlamento Europeo. Fece il discorso sull'unità dell'Europa cui aspirava da anni. Un mese dopo l'uscita del mio libro fui invitata attraverso Achille Silvestrini, a visitare il Papa nel salone Paolo VI. Era il 17 febbraio 1988. Lui mi attendeva seduto al lungo tavolo del salone. Aveva tra le mani il volume e mi attendevo un piccolo ringraziamento formale. Invece il Papa, alzando gli occhi dal volume, che teneva davanti a sé, mi indirizzò queste parole stupefacenti: "Credo nel genio delle donne". Mi sembrava di non aver capito bene, lo guardai interrogativa e lui ripetè con fermezza, quasi fosse una frase di sfida, martellando le parole con la sua voce profonda: "Credo nel genio delle donne". Davanti alla mia meraviglia, continuò: "Anche nei periodi più oscuri della storia si trova questo genio che è la leva del progresso umano e della storia". Voleva farmi una confidenza? Affidarmi una nuova intuizione? Ma queste parole dette a una donna, ritornata da tutto e anche da se stessa, furono così sorprendenti per il mio spirito che non si cancellarono più. Le ritrovai, il 30 settembre dello stesso anno, nella lettera apostolica "Mulieris Dignitatem". Ero stata la prima tra tanti vaticanisti, e giornalisti gelosi come scimmie, ad avere ottenuto il documento dagli uffici vaticani del Papa e quindi la prima che ne scrisse sul "Corriere della Sera" il 30 settembre 1988. Il giornale, per una volta, pubblicò il mio articolo in apertura di prima pagina, sotto il titolo, più stupito che allarmato: "Papa Wojtyla crede nel genio delle donne". L'anno successivo il Muro di Berlino, crollando in frantumi, cambiava la faccia dell'Europa. Mi giunse attraverso Joaquin Navarro, suo addetto stampa, un invito a cena di Wojtyla nel suo appartamento privato. Nel salone era disposta una tavola semplice, quasi patriarcale, coperta di un drappo bianco, dove i cibi che arrivavano erano i più semplici. Una minestra, una fettina di carne, una spigola lessa servite da due suore anziane, molto garbate. C'era una grande caraffa di vino ma il Papa non ne beveva e nessuno di noi lo toccò. Sembrava di stare alla tavola di un antico patriarca, di un capofamiglia, che con gentilezza voleva tutti a loro agio. Quanto a me, mi lasciava sciorinare le mie idee, non mi arrestava, come se lo incuriosisse ascoltare quella voce femminile che interveniva senza complessi, e con una sorta di felice fiducia in quell'alta dimora dei Papi. Attorno al tavolo sedevano due segretari del Papa, tra cui il polacco don Stanislao Dziwisz e un terzo convitato, l'addetto stampa Navarro. La conversazione era molto libera, sulle vicende del mondo, dell'Europa, della vita delle donne e del Parlamento europeo, al quale fra l'altro non ero stata rieletta, per una di quelle disavventure elettorali riservate soprattutto all'emarginazione femminile. Non fece commenti, e mi chiese soltanto se continuavo a insegnare nell'università francese. Parlammo della Cina, dove la passione missionaria di Wojtyla si dirige instancabile, e volle sapere del mio incontro con Mao. Quell'antica civiltà millenaria lo affascinava. Nei mesi che seguirono quella cena, scrissi un nuovo libro, verso cui mi riportavano tutte le riflessioni compiute in quei mesi e che s'intitolava "Le donne secondo Wojtyla. Ventinove chiavi di lettura della Mulieris Dignitatem". Avevo convocato per il dibattito nel libro i saggi di tredici uomini e sedici donne tra cui storici e teologi famosi come Jean Guitton, Regine Pernoud, Francesco Alberoni, Giulio Giorello, studiose del Nord Europa e dell'America. Anche il cardinale Martini che scrisse, in un magnifico saggio, come "i racconti evangelici testimoniano che Gesù faceva tutto il possibile perché le donne ritrovassero nel suo insegnamento e nel suo agire la propria soggettività e dignita". Per l'uscita di questo libro, fui invitata ancora una volta a cena nell'appartamento del Papa. Wojtyla mi rivolgeva un'attenzione colta, mi interrogava brevemente, mi ascoltava con interesse esplicito. Volevo fargli un dono, ma non sapevo cosa si regala a un Papa. In una foto di giornale l'avevo visto seduto alla sua piccola scrivania illuminata da una vecchia lampada da ufficio che emanava una luce fioca sotto cui andava scrivendo. Allora pensai di comperargli una bella lampada fluorescente, dalla luce risplendente e intensa. Poi Navarro mi disse che egli l'aveva accettata volentieri e l'aveva fatta mettere al posto del vecchio lume di metallo. Anche se non l'ho mai vista, mi auguravo che quella luce calorosa abbia illuminato le sue pagine. Fino agli ultimi scritti, come quella fantastica "Lettera a tutte le donne del mondo" inviata a Pechino, al momento del Congresso mondiale delle donne, convocato dalle Nazioni Unite. E oggi, in questo ventesimo anniversario del pontificato, esiste ancora la sua preoccupazione per il futuro delle donne? Credo assolutamente di sì. Il genio della donna trova ancora in Wojtyla un ardente difensore. E, anzi, esso si amplia anche alla filosofia, scienza maschile per eccellenza. L'originalità del pensiero di questo Papa verso le donne è come una linea maestra dritta come una spada. Mentre nella Piazza San Pietro, illuminata dal sole dell'ottobre romano, si dava conoscenza alla folla dell'enciclica "Fede e ragione", al tempo stesso veniva proclamata santa una filosofa, studiosa d'eccezione, suor Edith Stein. D'origine ebraica, carmelitana, uccisa nelle camere a gas dai nazisti nel 1942, lei aveva conseguito il suo dottorato in filosofia, e ricercato la verità attraverso i testi filosofici. + la prima donna filosofa, colei che, parole del Pontefice, "percorse il cammino arduo della filosofia con ardore appassionato, conquistò la verità, anzi ne fu conquistata". Papa Wojtyla, sembrava commosso fino alle lacrime, parlando della nuova santa, il cui volto armonioso, leggiadra ragazza bruna, aleggiava sopra di lui, in una grande immagine affissa in alto, sulla facciata del Vaticano. |
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